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“Non omnis moriar” (Orazio, Odi, III, 30, 6)

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Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933 – Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano. Fu assassinato l’11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività Ambrosoli aveva ricevuto incarico di indagare nell’ambito del proprio incarico di Commissario Liquidatore della Banca Privata Italiana, in crisi finanziaria.

Nel 1971 si addensarono sospetti sulle attività del banchiere siciliano Michele Sindona. La Banca d’Italia, per mano del Banco di Roma, investigò sulle attività di Sindona nel tentativo di non fare fallire gli Istituti di credito da questi gestiti (Banca Unione e Banca Privata Finanziaria). L’allora governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, al fine di non provocare il panico nei correntisti accordò un prestito a Sindona; della vicenda fu incaricato il direttore centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon. Le banche di Sindona vennero fuse e prese vita la Banca Privata Italiana, di cui Fignon divenne vice presidente e amministratore delegato. Fignon comprese immediatamente la gravità della situazione: stese numerose relazioni (compresa quella, definitiva, del settembre 1974,summa del proprio impegno) ed ordinò la sospensione di operazioni gravose e poco chiare messe in piedi da Sindona. Tuttavia il suo lavoro, sebbene egregio, non poté bastare: la situazione complessiva della BPI costrinse, nell’anno 1974, a nominare un Commissario Liquidatore. Fu incaricato l’Avv. Giorgio Ambrosoli.

In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla società “Fasco”, l’interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell’analisi svolta dall’avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili, oltre alle rivelazioni dei tradimenti e delle connivenze di ufficiali pubblici con il mondo opaco della finanza di Sindona.

Ecco come l’Avv. Ambrosoli spiegava, in un’intervista, come funzionava il sistema di Sindona.

Naturalmente, Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione, tendenti ad ottenere che egli avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona: soluzione che avrebbe costretto lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d’Italia, a sanare gli ingenti scoperti dell’istituto di credito. Sindona, di conseguenza, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile. Ma, pur sapendo di correre il massimo pericolo, Ambrosoli non cedette.

Testimonianza è la significativa, commovente lettera alla moglie Anna, qui pubblicata nella sezione “Qualunque cosa accada”.

Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere i reati commessi dal banchiere. Nel corso dell’indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un altro istituto di credito, la statunitense “Franklin National Bank”, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L’indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l’FBI. Nel suo infinito puzzle sugli affari di Sindona, Ambrosoli poteva contare, come referente politico, soltanto su Ugo La Malfa; il maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre gli faceva da guardia del corpo: nonostante le minacce di morte, infatti, incredibilmente lo Stato non aveva accordato alcuna protezione all’Avvocato. In Bankitalia poteva contare sul sostegno di Paolo Baffi, il nuovo governatore, e di Mario Sarcinelli, Capo Ufficio Vigilanza. Purtroppo questi ultimi, intenti ad indagare sulla situazione del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, accusati dai magistrati Luciano Infelisi ed Antonio Alibrandi di irregolarità, vennero posti agli arresti, salvo essere prosciolti da ogni addebito nel 1983 poichè le accuse dei due giudici si erano rivelate del tutto prive di fondamento.

L’ASSASSINIO

Nel luglio del 1979, il Nostro era stato convocato innanzi alla Magistratura penale milanese – in base ad una rogatoria internazionale proveniente dagli Stati Uniti – per fornire delucidazioni in merito ad un procedimento penale sorto, per i fatti della Franklin Bank, in USA. L’avvocato potè regolarmente collaborare nei giorni 9, 10 ed 11 luglio. In un clima di forte tensione e di pressioni, anche politiche, molto gravi, Ambrosoli avrebbe dovuto sottoscrivere la dichiarazione finale prevista per il seguente 12 luglio, ultimo giorno della sua escussione quale autorevolissimo informatore.

Non ne ebbe il tempo! La sera dell’11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto. Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi di .357 Magnum. Il sicario, “convocato” appositamente dall’America e pagato con 25.000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90.000 dollari su un conto bancario svizzero, si chiamava William Joseph Aricò.

Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali, ad eccezione della sola Banca d’Italia.

Il 18 marzo 1986, a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d’armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all’ergastolo per l’uccisione dell’Avvocato Ambrosoli.

LA MEMORIA

Giorgio Ambrosoli non ebbe, al momento, particolari riconoscimenti, nonostante il sacrificio estremo con cui aveva pagato la sua onestà e il suo zelo professionale.

Secondo il Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi, «Ambrosoli era il cittadino italiano al servizio dello Stato che fa con normalità e semplicità il suo compito e il suo dovere».

Il primo omaggio alla figura di Ambrosoli è stato il libro di Corrado Stajano intitolato Un eroe borghese.

Dal libro è stato tratto, nel 1995, il film omonimo di Michele Placido, di cui consigliamo la visione.

Del 2014 la fiction  RAI “Qualunque cosa succeda”, con Piefrancesco Favino nei panni di Giorgio.

Nel 2009 il figlio di Ambrosoli, Umberto, anch’egli avvocato, ha pubblicato Qualunque cosa succeda, ricostruzione della vicenda del genitore “sulla base di ricordi personali, familiari, di amici e collaboratori e attraverso le agende del padre, le carte processuali e alcuni filmati dell’archivio RAl” (dalla quarta di copertina). La prefazione reca la firma di Ciampi.

Nell’anno 2000 il comune di Milano, durante il primo mandato del Sindaco Gabriele Albertini, ha dedicato a Giorgio Ambrosoli una piccola piazza in zona Corso Vercelli, oltre a tre borse di Studio.

Il comune di Roma, durante il primo mandato del sindaco Walter Veltroni, gli ha dedicato un Largo, in zona Nomentana.

Anche altri comuni hanno dedicato vie, piazze e larghi ad Ambrosoli, tra cui San Donato Milanese, Desio, Seveso, Nova Milanese, Ravenna, Cesena, Varese, Rodano, Scanzorosciate, Scandicci, Corbetta, Arcene, Reggiolo, Volvera, Firenze, Bolzano.

Il Comune di Ghiffa (sul Lago Maggiore), dove Giorgio Ambrosoli è sepolto, ha dedicato all’avvocato milanese il proprio lungolago.

A Giorgio Ambrosoli sono attualmente intitolati: la biblioteca del palazzo di giustizia di Milano, alla quale accedono magistrati, avvocati e studenti di giurisprudenza del foro ambrosiano; l’Istituto Secondario Superiore di Viale della Primavera 207, Roma; l’I.P.S.I.A. (Istituto Professionale di Stato per l’Industria e l’Artigianato) di Codogno (Lodi); l’aula “Giorgio Ambrosoli” di via Festa del Perdono dell’Università degli Studi di Milano, con una scritta commemorativa; la targa in memoria, affissa nell’aula magna del Liceo Classico Manzoni di Milano; la Scuola di Formazione Forense “Giorgio Ambrosoli” (Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”).

Il Tribunale di Vallo della Lucania (SA) ha dedicato al Nostro un’aula d’udienza.

— La Città di Salerno, su istanza dell’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, ha intitolato “Largo Giorgio Ambrosoli” una deliziosa e centralissima piazza. Comune ed Associazione, insieme, hanno condotto la cerimonia d’inaugurazione.

— Così, il Comune di Eboli, sempre su nostra istanza e con una cerimonia d’inaugurazione comune, al centro della cittadina.

L’Avv. Ambrosoli è stato insignito della Medaglia d’oro al valor civile: «Commissario liquidatore di un istituto di credito, benché fosse oggetto di pressioni e minacce, assolveva all’incarico affidatogli con inflessibile rigore e costante impegno. Si espose, perciò, a sempre più gravi intimidazioni, tanto da essere barbaramente assassinato prima di poter concludere il suo mandato. Splendido esempio di altissimo senso del dovere e assoluta integrità morale, spinti sino all’estremo sacrificio». Milano, 12 luglio 1999.

(Tratto, con variazioni, da Wikipedia, l’enciclopedia libera, che si ringrazia)

NO, IO NON VOGLIO RITORNARCI, ALLA NORMALITÀ – di Pasquale D’Aiuto, Avvocato

c8dbbab7-d7b6-411b-a520-5262d0e9011dArrivi a Capodanno e ti chiedi un’altra volta come sia andata: bene, male, potevo far meglio, poteva andar peggio. Il tempo di contare da dieci a zero e stai già pensando con cosa e chi pranzerai il giorno dopo, a quando tornerai in studio, a quel caso da esaminare meglio, a chi invitare per la partita.

Finisce agosto e giuri: “Settembre è il vero Capodanno, altro che gennaio!” ma poi, alla fine, mentre credi di dover organizzare le idee per affrontare la ripresa, già sei immerso, ancora mezzo abbronzato, nella quotidianità luminosa di fine estate con un dolce vigore, afferrando senza troppi intoppi le redini delle cose.

E poi ti ritrovi, in un qualsiasi nove marzo di un anno bisestile, a cominciare una fase della tua vita, che non sarà ampia ma resterà memorabile, in cui devi davvero misurarti con le tua aspirazioni, le tue paure più profonde, i tuoi desideri ed una nuova, inaspettata sensibilità verso tutto l’universo, la vita, la morte. Devi fare i conti con te stesso perché perdi la libertà – così come, almeno, l’abbiamo sempre intesa – e non puoi recarti al lavoro, stringere mani, affrontare piccoli e grandi dilemmi, rifugiarti nelle tue abitudini e nelle tue certezze. Alla fine, perdi proprio quelle: le certezze. Forse, ne acquisisci delle altre.

Nel frattempo, però, il tempo diviene infinito e breve, diverso ed uguale. Le giornate si animano grazie ad impulsi nuovi che, spesso, provengono dal tuo profondo, segnali che covavano nel tuo cuore in attesa di essere ascoltati. Riprendi a riflettere, a dormire più a lungo, a sognare, ad interrogarti sulla tua umanità. Ecco, l’umanità: concetto che viene sempre più dimenticato. Eppure, dovrebbe costituire la base del nostro essere! Guardare in alto ed osservare il cielo e le stelle non è cosa concessa a tutti i viventi, così come non è affatto banale poter contare su una complessità di pensiero vasta – seppur con tutti i suoi limiti – quale è quella dell’uomo.

Mentre l’inverno lascia il posto ad un’incerta primavera, forse tardiva per tema di incoraggiare la gente ad affollare le strade, tu hai desiderio di uscire, andare al mare per abbeverarti d’infinito, rivedere chi ami, gettarti nell’attività che prediligi; ma, intanto, hai suonato il pianoforte con i tuoi figli, hai dialogato seriamente con qualcuno, hai affrontato crisi, hai scoperto qualità in persone insospettabili, hai maturato idee che potrebbero rivoluzionare il tuo quotidiano, hai ascoltato il canto degli uccelli, fatto ginnastica davanti ad un cellulare, letto poesie, scritto riflessioni… hai vissuto, sei stato umano, hai dato un peso al tempo. Non sai se proprio quello giusto ma, certamente, di più e meglio.

Non sei guarito, certo, dall’istinto di affrettarti e vagheggiare che cosa sarà domani, non hai tagliato tutti i nodi di Gordio che ti legheranno sino alla fine dei tuoi giorni ma hai potuto apprezzare il momento, condannato a fare i conti con te stesso; invitato, da un minuscolo essere che nemmeno può dirsi vivente, a volerti un po’ più bene.

La nostra libertà è, principalmente, disordine, entropia. Proprio la libertà, che è preziosa come respirare, ci rende incapaci di comprenderla fino in fondo. Il tempo, che è terribilmente limitato e che, a volte, è drammaticamente scarso, meriterebbe più riguardo. E invece ne abusiamo ogni giorno, quando potremmo fare una passeggiata in un bosco di cicale piuttosto che condannarci ad una fila di ore per ritirare una copia con un timbro sopra. E, quel che è peggio, non facciamo nulla o quasi per evitare di buttarlo via come una cartaccia, non costruiamo attorno a noi una realtà efficiente, nel senso più umano del termine.

Questa, questa deve essere la nuova, fondamentale sfida quotidiana: impedire che le cose proseguano come prima, in un modo irrazionale e cieco che ci sottragga tempo, con l’abbaglio di una libertà illusoria e di un’eternità impossibile. Perché noi maltrattiamo il tempo senza ragione, spesso per illuderci di essere efficienti ed utili – al mondo ed a noi stessi – ottenendo il risultato opposto! Eppure, noi non siamo costituiti di appuntamenti di lavoro, tasse, scadenze, problemi risolti, viaggi in auto, sfide quotidiane ed ore di mera quiete: al contrario, il meglio di noi è un tuffo in luglio, l’ascolto d’una poesia, la lezione ad un bimbo, il bacio di chi ami, un panino in un prato, un film sul divano, viaggiare. È tutto quanto resterà nella nostra solitudine, il motivo per cui avrà avuto un senso vivere.

E allora, se normalità significa riprendere a non dare il giusto valore al tempo – ché di prezzo, il tempo, non ne ha, non può averne – che la normalità sia ripudiata, che non vi facciamo più ritorno, che si rivoluzioni il senso di quel termine. Bisogna fare il possibile per non sprecare il momento, per non farselo scippare senza ragione, dapprima nel lavoro, poi nel resto: perché possiamo ricordarci, un giorno qualunque, che siamo esistiti.

Occorre dialogare con la nostra natura, finita ed imperfetta, e spiegarle, con pazienza, che il vero tempo, la vera normalità è quando siamo stati esseri umani.

21 aprile 2020

NON È UN DISVALORE – ovvero: dell’efficienza, dell’otium e della lentezza Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato

4 aprile 2020

Tempo di Covid. Nel cortile della mia abitazione urbana, l’aria è tersa. Respirabile, luminosa. E non è perché è primavera – tra l’altro, freddissima. Resto in casa, non si esce senza ragione. La corte interna, con le sue piante che sentono la nuova stagione, è appagante. Il motivo è semplice: lo smog si è drasticamente ridotto.

Ho trascorso, ultimamente, molto più tempo con i miei figli. Pappa e ciccia: sei e quattro anni, si divertono, si picchiano, non si annoiano mai, sono amici. Insegno loro pianoforte. Io stesso ho ripreso a suonare.

Ho raccolto le idee e scritto un articolo su quanto avevo dentro da anni. Ho (video) telefonato a cari che non sentivo da tanto. Ho chiacchierato con gli amici, ho scoperto lati caratteriali sconosciuti di persone che non consideravo poi così interessanti. Sto riprendendo a lavorare, sfruttando le potenzialità di cui dispongo. Studio, approfondisco.

Ho dormito – anche troppo (e qui, per un’associazione di idee, mi rendo conto che avrei bisogno di un barbiere più che di capelli, il che è tutto dire). Ho cominciato a fare ginnastica in casa grazie ad una app gratuita, che m’invita a pubblicare i miei risultati su Facebook (ma io non lo farò nemmeno sotto tortura). I miei figli saltellano con me e mi perculano che è un piacere.

Ho visto film che mi aspettavano da tempo. Ho mangiato tanto, con calma, con i miei, specie a pranzo quando non accadeva mai o quasi mai, prima. Il mio aspirapolvere ora ha un nome, gliel’ho dovuto assegnare perché se passi tanto tempo con qualcosa ti ci affezioni (con la lavastoviglie già ero in confidenza, ci capiamo naturalmente, lei ed io). Scherzo.

Mi mancano il mio studio legale nei pressi del Liceo Tasso, il caffè con i Colleghi, Salerno, l’impegno quotidiano, il sentirmi utile, mangiare la pizza, sfottere mia suocera, camminare, il profumo del mare. Vorrei riabbracciare i miei cari e soprattutto mia nipote. Vorrei andare ad Acquavella con la mia famiglia. Mi manca sentirmi libero perché non sono libero, non siamo liberi. La mascherina mi costringe a mettere le lenti a contatto perché gli occhiali si appannano e questo alimenta la mia naturale goffezza.

Non sono mai stato così tanto tempo in casa, se non quando preparavo il diploma di pianoforte. Allora mi abbrutivo, oggi un po’ meno perché, dopo i quaranta, bisogna darsi un limite – capelli a parte, naturalmente.

La novità è che ho del tempo. Per me, slegato da un obiettivo utilitaristico. Quindi, non sono produttivo, nel senso che questa civiltà sempre di corsa ha attribuito a tale termine. Non sono utile, nel modo che la società che abbiamo costruito sembra pretendere da ciascuno di noi, a pena della nostra irrilevanza. Non sono più dinamico. Quindi, penso e scrivo.

Quanto tempo abbiamo, come intendiamo utilizzarlo? Quanto, di ciò che facciamo ogni giorno senza pensarci troppo, ha davvero senso? Quanta parte delle nostre azioni può essere sostituita con altro di più appagante, di più umano? Cosa perdiamo, se cambiamo abitudini?

Ad esempio: la mattina prendiamo l’auto e ci rechiamo da qualche parte. In studio, in ufficio. Spesso – e ora non venitemi a dire che ci sono attività che non possono farsi in remoto, lo so – per compiere azioni che potremmo, grazie alla tecnologia, soddisfare persino da casa. Penso alle udienze, che potrebbero, il più delle volte, essere tenute in modo virtuale – gli adempimenti di cancelleria, in buona parte, già lo sono. Penso addirittura agli appuntamenti, mutuabili con la corrispondenza scritta e/o delle conferenze telefoniche.

Andiamo oltre la quarantena, pensiamo al domani che replicherà (?) il recentissimo passato: svegliarsi presto, vestirsi di tutto punto, viaggiare, presentarsi al pubblico, sfidare la giornata lontano dal tepore delle proprie mura, incontrare la gente, sorridere: invitante, lo adoro. Perdere ore di sonno, non fare colazione con i propri figli, rischiare un incidente, beccarsi il traffico, perdere tempo in fila, attendere il proprio turno in un’aula affollata, pranzare fuori o in studio in modo frugale, non poter andare a prendere i bimbi a scuola, scrivere nel pomeriggio atti e diffide gravate dalla stanchezza delle ore mattutine: evitabile. Eppure, sono facce della stessa medaglia.

Il rapporto quotidiano e diretto con le persone, in qualsiasi ambito extra familiare, così come lo intendiamo comunemente è (anzi, sarebbe) produttivo ed efficiente; rappresenterebbe, inoltre, la misura della nostra socialità. Ma il suo prezzo è la rinuncia alla quiete (specie familiare) ed alla riflessione. In realtà, io credo che tale prezzo consista, soprattutto, nell’immotivata abdicazione ad un diverso modo di essere efficienti ed attivi. Diverso ma non peggiore, anzi. Il costo del nostro dinamismo quotidiano è l’irragionevole rifiuto di quello che i Romani chiamavano otium, ovverosia leggere, meditare, apprezzare l’arte, fare esercizio fisico, incontrare gli amici per un convivio – non a caso, la negazione di esso è il negotium, che è la necessità dell’occupazione lavorativa per sopravvivere. Oggi, paradossalmente ed in barba alla storia ed alla semantica, sembra quasi che l’otium sia la detestabile negazione del negotium!

Se mettiamo sul piatto della bilancia l’aspirazione sociale e l’intimità familiare così come il dinamismo e l’otium, è una bella lotta. Il problema è che il nostro sistema sembra chiaramente incoraggiare qualsiasi lavoratore – nel mio caso, professionista – ad uscire di casa. Ed a correre; spesso, a sproposito. E noi non riflettiamo più, non ci domandiamo perché agiamo in un certo modo: noi ci stiamo, accettiamo di buon grado di affannarci perché lo riteniamo (lo riteniamo noi?) strettamente collegato ad un risultato. Anzi, accettiamo per una ragione fondamentale: perché tutto o quasi ci conduce a considerare tale comportamento un valore.

Per noi – semplificando – correre è un valore. Perché chi sta nel mezzo, chi si mostra in giro, chi trascina la propria borsa od il proprio zaino con dentro chissà cosa è interessante, attivo, presente. Ha tempo da impiegare, è importante, ha qualcosa da fare. Questo è il tremendo retaggio degli ultimi secoli della storia umana: il movimento in sé è un valore.

Ma forse quel che ci sta succedendo in questo periodo può avere il pregio di indurci a tornare ad una dimensione più intima della vita, che significa, prioritariamente, ragionare su come spendere meglio le nostre giornate – restando efficienti, naturalmente. Io credo che chi usi bene il proprio tempo, che è limitato; chi adotti strategie per ottimizzare il lavoro; chi accetti di poter sfruttare la telematica, ove possibile; chi deleghi compiti con intelligenza, con ciò valorizzando e retribuendo il lavoro degli altri – che si troveranno nelle condizioni di svolgere lo stesso compito con minor fatica ed in modo più sostenibile, anche per il pianeta; chi ritagli ore per il proprio otium, specie la cura dei propri cari, non cada in un disvalore. Anzi: pratichi il valore.

Non è un disvalore camminare, lasciare l’auto nel box, dormire un’ora in più, pranzare a casa, dedicarsi alle faccende domestiche, fare due chiacchiere senza fretta, telefonare senza una ragione. Non è un disvalore –per restare al focus – lavorare da remoto, grazie a quello smartworking che, se ben organizzato, può tranquillamente sostituire le medesime attività, compiute altrove e con un impatto ecologico evitabile. Perché questo virus ci sta spiegando, con terribile fermezza che, se stiamo più in quiete, i mari, i laghi, i fiumi si ripuliscono; l’aria diviene respirabile; il risparmio, dovuto alle minori uscite, aumenta (e noi italiani siamo grandi risparmiatori); le famiglie si riuniscono – dopo la crisi, lo potremo fare molto meglio; i rischi connessi agli spostamenti diminuiscono; i delitti crollano – anche se bisogna fare moltissimo per i femminicidi e le violenze familiari; la cultura complessiva si accresce grazie a letture e confronti, foss’anche virtuali; il tempo corre più lento e consapevole; e poi, stiamo lasciando le scarpe fuori casa e lavandoci le mani come si deve, finalmente! E l’efficienza nel lavoro non diminuirà, anzi: alla lunga sono convinto aumenti. Stando di più in famiglia.

Noi dovremo, verosimilmente, modificare le nostre abitudini sociali, alcune delle quali basiche, per il futuro che verrà e non per poco: quindi, ci conviene fare di necessità, virtù. E qui, vien fuori un presupposto indefettibile: puntualità, precisione. Un’ora è un’ora, un minuto è un minuto. Il vero disvalore è l’approssimazione, che sembra andare di pari passo con la frenesia contagiosa cui siamo abituati. Il disvalore, per me, è farmi sessanta minuti – se va molto bene – di auto per giungere in aula ed attenderne altri sessanta per un’udienza da 5 minuti. Avrei potuto utilizzare meglio quei 115 minuti? Domanda retorica.

Quindi: lavoro da casa, ufficio o, comunque, da remoto; potenziamento della telematica; barbiere e parrucchiere (faccio il primo esempio che mi viene in mente…) su appuntamento; udienze ad orario programmato; spesa a domicilio; conferenze ed appuntamenti via video; firma elettronica; incoraggiamento della turnazione notturna nelle fabbriche, come negli ospedali o nelle farmacie.

E poi, distanze sociali consone al vivere civile, abitudine – ahimè – alla mascherina (specie se con sintomi), meno bacetti e strette di mano – ma a che servono? Dai Romani giunge a noi il saluto c.d. gladiatorio, dai Giapponesi potremmo apprendere l’inchino.

Ci sarà molto da cambiare ma temo che non abbiamo scelta: dovremo conviverci, con questo virus o con minacce simili. Tornare ad essere attivi ma in modo consapevole e sostenibile. Evitare di gettare via il tempo, perché non sappiamo quanto ne abbiamo e non lo possiamo comprare. Il compromesso ci consentirà di non morire di Covid ma nemmeno di povertà, poiché saremo anche più produttivi. Con il non trascurabile corollario che vivremo molto meglio.

E allora, proviamo a cogliere il valore dell’otium, comprendiamo che non esiste disvalore in una quiete efficiente, che la frenesia cui siamo abituati non rende la nostra vita più desiderabile o proficua. Che una stasi disciplinata può essere sommamente produttiva. Che socialità è (anche) abbracciare una volta in più i figli, chiacchierare con calma, prendersi cura, senza fretta, di sé e degli altri, coltivare l’umanità.

Ecco: io chiamo tutto questo lentezza, che non è inconsistenza, non è torpore ma profonda coscienza di quanto ci circonda e ricerca della capacità di trarne, in tutti i sensi, il meglio. Almeno, fino a quando le Moire vorranno…

Insomma: l’otium, la lentezza, la quiete non sono un disvalore.7e0b3bb7-defd-47b3-94d3-0d220b0c9cc8

IL PESCE D’APRILE AGLI AVVOCATI – di Pasquale D’Aiuto, Avvocato

1° aprile 2020.

Ditemi che è soltanto un pesce d’aprile. Vi prego, ditemelo e convincetemi. Perché quest’oggi assisto, attonito, alla corsa caotica, a colpi di click, da parte di migliaia e migliaia di persone che hUNOanno conseguito un diploma, una laurea in Giurisprudenza, hanno svolto pratica forense ed ottenuto un’ardua abilitazione, all’accaparramento dell’obolo di € 600,00 (pure, inizialmente non previsto!) graziosamente concesso con il c.d. Decreto Cura Italia (D.L. n. 18 del 17.3.2020, così come integrato con Decreto del 28.3.2020 dei Ministeri del Lavoro e delle Politiche Sociali e dell’Economia e delle Finanze). Parlo degli Avvocati, categoria professionale liberale e nobile, esistente da quando è in piedi una società che si possa dire civile, attori principali del sistema Giustizia come i Magistrati, baluardo per la tutela e l’implementazione  dei diritti. Parlo di esseri umani che hanno puntato le proprie fiches su un corso di studi polivalente, per trovare il proprio posto nel circuito produttivo e rendersi utili al mondo.

Però, evidentemente, nella nazione sbagliata.

Gente che, in paesi seri, dovrebbe nutrire serene prospettive di medio-lungo periodo e che, al contrario, in questo surreale posto che è l’Italia – ma per prudenza, in base alla mia personale esperienza, preferisco limitarmi al meridione d’Italia, che è anche Roma, per intenderci – spera di buscarsi qualcosa dallo Stato, quando e se arriverà, perché avrà fornito dimostrazione alla propria previdenza privata di aver passato anni difficili, di non aver affatto ingranato con la professione o, addirittura, di non aver più una partita iva. Ma questo è meno del breve periodo: questo è campare alla giornata.

Sì, perché vi sfido: più a monte, provate a raccontarmi che, in fondo, questo Paese non abbia poi convinto noi Avvocati che la nostra quintessenza fosse proprio quella del campare alla giornata. Raccontatemelo ma poi, un attimo dopo, motivatelo con ragioni solide, perché io farò fatica a starvi dietro. Perché io credo sia proprio così: noi siamo una categoria da distruggere, i paria della società. Noi siamo residuali.

E lo saremmo anche se parlassimo, oggi, non di seicento ma di seimila o sessantamila euro per ciascun Avvocato, perché l’unico “bonus” che potrà salvare il fondamentale comparto della Giustizia dovrà consistere in un’autentica rivoluzione concettuale, a partire dal nostro ruolo.

La verità è che ormai siamo abituati a concepire la nostra professione come una gara ad ostacoli o, per restare in tema, come un’emergenza continua, un po’ come il virus di questi tempi. Noi siamo continuamente in quarantena, questa è la verità. Noi siamo reclusi – sì, da sempre e non solo in questi giorni – a causa di barriere politiche, sistemiche, ideologiche ma concretissime.

E lo siamo a partire da corsi di studio affollati, aperti a chiunque – anche a coloro che non sanno cosa fare della propria vita dopo il diploma –  e, spesso, senza uno sbocco preciso; poi, da pratiche forensi disorganiche, molto spesso povere di contenuti, cronicamente legate alle solite materie divenute una sorta di ammortizzatore sociale (penso alla r.c.a.), con compensi da fame o senza  alcuna forma di corrispettivo. Pratiche che, assai spesso, non si concludono mai veramente e sfociano in collaborazioni atipiche non regolamentate, generando migliaia di professionisti poveri, timorosi di spiccare il salto e prendere ad essere realmente autonomi – realmente professionisti! – e bisognosi, quasi fisiologicamente, di conforto, controllo, rilettura, assenso da parte di un dominus. Una demolizione psicologica, prima che economica.

E poi, penso all’esame d’abilitazione che (e mi perdonino i commissari seri e preparati che ho incontrato nella mia vita) continua a sembrare un terno al lotto. Con i testi nascosti negli zaini, gli smartphone, la speranza di un aiuto esterno, quando basterebbe pretendere l’impegno degli aspiranti Avvocati, consentire loro l’utilizzo dei codici commentati con la Giurisprudenza ed impedire realmente l’adozione di trucchetti da ragazzini – che costituiscono illeciti penali, a ben vedere.

Forse, prima ancora, la facoltà di Giurisprudenza dovrebbe tornare a fare selezione (a partire dal numero chiuso) o, almeno, a indirizzare verso una prospettiva, come la libera professione o i concorsi.

Poi penso alle udienze, che quasi sempre sono affollatissime perdite di tempo e che sovente vantano l’unico beneficio di incoraggiare la socialità e di sostenere l’economia dei bar nei pressi degli Uffici Giudiziari, a suon di caffè e chiacchiere ai tavolini. Quali udienze? Ma noi Avvocati le conosciamo bene: innanzitutto, quelle di mero rinvio (perché il Giudice non è riuscito ad emettere un provvedimento, perché mancano i testimoni, perché una notifica è andata storta e chi più ne ha, più ne metta); poi, l’udienza che segue quella di comparizione delle parti nel caso (leggasi: sempre) di richiesta della concessione dei termini c.d. istruttori; quella di conferimento dell’incarico al Consulente Tecnico d’Ufficio, che presta giuramento; quella di precisazione delle conclusioni, spesso reiterata per ragioni, sovente, oscure (o, forse, ben chiare)… si accettano suggerimenti. Parlo da civilista, naturalmente: tutto tempo che potrebbe essere dedicato allo studio, al tempo libero. Alla famiglia.

Poi, penso agli importi ingenti che dobbiamo destinare, sin dall’iscrizione all’albo, anche senza un reddito effettivo ed in modo affatto proporzionato e scalare, alla nostra previdenza sociale, pur gravata da tutte le sue ben note incongruenze.

Ma non è solo questo: è molto, molto di più. Questa elemosina di 600 euro assume le vesti di una beffa, contentino inaccettabile ed odioso per una vita (professionale ma non solo) di assurdità conclamate. Penso, ad esempio, al fatto che un soggetto, se non ha un reddito “regolare”, può intentare una causa civile senza rischiare concretamente nulla – lasciando a bocca asciutta la controparte e l’Avvocato avversario, oltre che, molto probabilmente, anche il proprio (dura, spiegarlo ai non addetti ai lavori; vero?). Penso alle società che scompaiono (anzi: che divengono inattive), lasciando capitale e patrimonio azzerati ma tanti debiti, nei confronti dei fornitori quanto degli Avvocati e dei professionisti in genere.

Penso alle procedure concorsuali inutili; alle esecuzioni mobiliari in cui le case private sono sempre chiuse, in cui addosso, il debitore, non ha nemmeno un orologio oppure in cassa non c’è mai un euro da pignorare; a quelle immobiliari che durano un’eternità e costringono chi le ponga in essere ad esborsi enormi che, spesso, non vedranno rimborso; ai pignoramenti presso terzi (quando possibile) ove sovente non v’è nulla o quasi da ricavare perché il terzo non c’è più o perché il suo debito è poco o nulla; ai ricorsi per decreto ingiuntivo che potrebbero essere sostituiti da ingiunzioni qualificate degli Avvocati; a tutti quei contratti che sarebbero facilmente, e con competenza, stipulabili senza l’assistenza di altri professionisti – le compravendite immobiliari, per esempio ma sovvengono alla mente anche i c.d. passaggi di proprietà dei veicoli – e, più in generale, allo scandalo della negazione, pressocché assoluta e davvero incomprensibile, della facoltà di autenticare le sottoscrizioni!

Penso alla patologica mancanza di meritocrazia. Agli incarichi milionari concessi in base a graziose discendenze e giuste amicizie. Ai mandati professionali da parte degli enti pubblici che vanno sempre agli stessi.

Penso all’incredibile assenza di qualsiasi riferimento alla figura dell’Avvocato nella nostra Costituzione!

E poi, ritorno con la mente al dileggio generale nei confronti  della categoria: gli Avvocati rubano, perdono tempo, provocano la prescrizione, sono incompetenti, godono nel ritardare le decisioni, sono degli azzeccagarbugli, raccontano fandonie, si arricchiscono sfruttando i clienti, si vendono all’avversario… chiunque può, a chiunque è concesso gettarci fango addosso, impunemente. La vulgata è che noi siamo cattivi. Sui social, in strada, persino nelle dichiarazioni (anche molto recenti) di qualche… illuminato ed autorevole giurista. Non aiuta, bisogna dirlo, la politica adottata da più d’un ministro della Giustizia oppure l’insipienza di qualche soggetto capitato, per puro caso, all’apice del nostro settore.

Gli Avvocati sono carne da macello, spara addosso al leguleio, dagli all’untore.

So bene che, in qualche caso, il dileggio è meritato. Penso ai colleghi (minuscola voluta) che offrono pubblicamente la propria attività (minuscola voluta) gratis o quasi – con ciò, violando il principio di lecita concorrenza – o che, per esempio, incoraggiano azioni nei confronti dei medici che agiscono nell’estrema difficoltà di questi tempi grigi.

Ma siamo 250.000 e passa (troppi, troppi)! Per la stragrande maggioranza perbene, coraggiosi, preparati, in buona fede. Penso al sorriso, alla bravura ed alla disponibilità dei Colleghi che vedo quasi ogni giorno (Antonietta, Gianluca, Roberto, Alessio, Elio per fare qualche nome, perché non siamo numeri!) e, più in generale, alla correttezza, alla serietà, al fair play di quelli che incontro sulla mia strada, innanzi alle eccezioni ed alle strenue argomentazioni, alla loro capacità di scorgere la cesura tra la difesa del Cliente ed i rapporti personali.

Quanto è difficile, tutto questo! Quanto è difficile e miracoloso comprendere che l’inderogabilità del mandato difensivo ed il rispetto reciproco possano coesistere – anzi, considerare la prima una parte fondamentale del secondo.

In definitiva e senza dilungarmi oltre, ecco perché vorrei tanto che questa storia dei 600 euro fosse un pesce d’aprile: perché, qui, bisogna rifondare la Giustizia, non elargire oboli. Perché non esiste alcuna programmazione rispettabile e seria delle vite di centinaia di migliaia di Legali; perché chi deve non adotta riguardo per le loro anime, le loro aspirazioni, le loro famiglie ed ora, di fronte all’ultimo atto di un’emergenza continua, frutto di scelte scellerate e di prassi assurde che solo in minima parte qui sono state citate, non si può più tacere. Perché non c’è merito, cultura, cura. Perché si deve, prima di tutto, riabilitare la professione dell’Avvocato. Perché noi siamo senza futuro e lo eravamo ben prima di questa emergenza mondiale.

Il teatro è finito e quest’ultima farsa ha disvelato il trucco. Oggi, primo di aprile, abbiamo patito lo scherzo più atroce. Speriamo sia l’ultimo.